UNA NOTTE PER GRAMSCI ok

A Bologna la maratona di lettura, musica e disegno dal vivo a partire dalle Lettere dal carcere di Antonio Gramsci: appuntamento il 23 settembre 2022, dalle 18 alle 24, in Piazza Lucio Dalla a Bologna

direzione artistica Marco Baliani

da un’idea di Ilenia Carrone

Letture tratte da Lettere dal Carcere di Antonio Gramsci, a cura di Francesco Giasi, Einaudi, I Millenni, 2020

Per una notte strapperemo Antonio Gramsci dalla prigione dove il regime fascista per oltre dieci anni lo ha rinchiuso, per una notte lo riporteremo tra di noi, scorrendo le pagine delle sue Lettere dal carcere, ascoltando i suoi pensieri, l’umanità racchiusa in quelle parole. Vivremo con lui la terribilità della segregazione ma anche la forza della immaginazione con cui è riuscito, per anni, nonostante tutte le privazioni, nonostante i dolori fisici, le malattie, l’estrema povertà del suo vivere, a illuminare il suo carcere, non solo il suo ma ogni carcere del mondo.

Per una notte creeremo un appuntamento di comuni intenti, senza ideologie, senza bandiere o appartenenze, tranne la ferma e certa ripugnanza per ogni agire che sia oppressivo di libertà e diritti.

Una notte di festa, di ascolto festoso di quelle sue parole, così traboccanti di vita, esuberanti di appartenenza al mondo, per condividerle insieme.

Trascorrere una notte in compagnia di Nino sarà come riconoscere un amico fraterno, o un fratello, un compagno di avventure, capace di far uscire dal carcere voli di immaginazione pura, o di intima affettuosità, rendendoci presente un essere ancora vivente in carne e ossa e cuore e pulsioni, che permetta di ritrovare anche in noi la forza per andare avanti, nonostante tutte le fatiche che la vita ci chiede giornalmente, per continuare a coltivare passioni e non solo accomodamenti, per non cedere alla facile allettante dimora del disincanto o peggio, del cinismo.

Mi chiederai tu, morto disadorno, d’abbandonare questa disperata passione per il mondo?

Con le sue lettere Gramsci ha già risposto a questa domanda postuma di Pier Paolo Pasolini, anche dentro quel carcere assassino, anche lì, fino all’ultimo, ha testimoniato la sua passione. Marco Baliani

 

CON LE LETTURE DI Anna Amadori, Andrea Argentieri, Pietro Babina, Marco Baliani, Paola Berselli, Alessandro Berti, Maurizio Cardillo, Micaela Casalboni, Gabriele Duma, Antonella Franceschini, Gianluca Guidotti, Maria Maglietta, Francesca Mazza, Ermelinda Nasuto, Stefano Pasquini, Laura Pizzirani, Giulia Quadrelli, Barbara Roganti, Enrica Sangiovanni, Vito

DISEGNO DAL VIVO Francesca Ballarini, Beatrice Bandiera, Stefano Ricci, Pietro Scarnera

MUSICHE DAL VIVO Cristiano Arcelli (sax), Sara Calvanelli (fisarmonica), Stefano Senni (contrabbasso), Valeria Sturba (theremin), Gabriele Tai (violoncello), Emanuele Wiltsch Barberio (live electronics e voce)

L’iniziativa è parte della rassegna CULTURALMENTE per la memoria, promossa dal Comune di Bologna Dipartimento Cultura in collaborazione con la Fondazione per l’Innovazione Urbana nell’ambito di Bologna Estate. Hanno collaborato inoltre Fondazione Gramsci Emilia Romagna Onlus, Cronopios e Festival DiMondi/Estragon.

TESTIMONIANZE

Preferirei muovermi per raccontare l’Africa e l’incontro con i ragazzi. Questo popolo africano sempre in cammino, alberi sradicati che incedono eleganti, dritti e fieri, tutti d’un pezzo, sa che deve muoversi e che ha solo le gambe per spostarsi; forse non raggiungerà mai l’obiettivo, ma questo fa parte del caso africano: è più importante il viaggio, la strada, gli incontri, che il semplice arrivo. Anche l’esperienza che ho vissuto è come questo cammino, non ha forma logica, lineare, conosciuta, perché in Africa nulla è così, niente è come te lo aspetti. Il mio incontro con i ragazzi è stato così, un guardarsi negli occhi e non sapere bene che fare, né da una parte né dall’altra. Per fortuna il corpo percepisce in altri modi, attraverso la pancia, i sensi, l’istinto e il codice tra me e loro si è costruito adagio. Ho insegnato danze che pensavo non conoscere, e poi è accaduto il miracolo, i primi sorrisi, movimenti che nascevano rielaborati da loro, il divertimento dello stare dentro al gioco teatrale. E anch’io sono cambiata con loro e ho trasformato meccanismi consueti in ingranaggi nuovi. Sukuma in swahili significa spingere, spesso negli esercizi, per abituarli a non guardare in basso, gli dicevo “sukuma look”, spingere lo sguardo. Ora che lo sanno fare benissimo, insegnare ad altri gruppi come guardare davanti a sé non sarà più la stessa cosa e io conserverò nel mio cuore venti paia di occhi che spingeranno con me tutta la vita.

Pochissimo ho scritto di questo mio viaggio in Africa, ho scattato poche immagini. È come se il respiro grande del cielo africano, quell’orizzonte allargato, sfuggissero alla possibilità di essere catturati, fissati in una pagina scritta, o in una fotografia. O forse un viaggio lo si racconta quando è terminato e si ritorna a casa. Mi sento ancora nel mezzo della traversata, straniera io, in questo gruppo di ragazzi, con parole e strutture di pensiero che non servono qui con loro più di tanto e con la necessità di reinventarsi in un’urgenza di comunicazione. I miei sensi sono aperti, pronti a catturare ogni cosa, odori, suoni, gesti, espressioni. Dopo un po’ se si parla meno si vede e si sente di più. Tutto quello che nel lavoro viene proposto, viene assorbito, a volte gioiosamente trasformato, diventa alfabeto comune. In questo andare, la disponibilità al cambiamento è preziosa compagna di viaggio. E se Pinocchio narra di una trasformazione possibile, forse anche noi tutti, alla fine del viaggio, riusciremo a raccontare la nostra.

È vero, parlare di letteratura è cosa diversa che parlare della vita. Questi Pinocchi stanno cercando la strada per diventare più veri, per avere una vita normale: è in atto una trasformazione dal legno alla carne, dove carne sta per capacità di amarsi e rispettarsi come individui.

Sono arrivato a Nairobi di notte, con l’impressione di sentire scalpitare Pinocchio chiuso dentro la valigia, preda della stessa mia eccitazione. L’ho costruito io quel burattino, di cui sono geloso e possessivo, ma emozionato come Geppetto, che accompagna il suo figliolo a un incontro importante! questa sensazione si è materializzata quando mi sono trovato davanti al gruppo di ragazzi di Dagoretti e aprendo la valigia per mostrare il burattino, è stato come avere davanti tanti Pinocchietti, stessi occhi sgranati, sempre affamati di cibo, curiosi di tutto. Si sono guardati e la magra ed allampanata figura di Pinocchio è diventata un altro membro del gruppo. È passato di mano in mano, è stato toccato, soppesato, esplorato in ogni sua singola parte con amore e una delicatezza inaspettate. È stata questa delicatezza che mi ha fatto decidere di lasciare il burattino ai ragazzi. Mi sono vestito da Geppetto, ho mostrato loro la costruzione di Pinocchio, parlando delle tecniche di animazione, dello straniamento dell’animatore, del suo rendersi “neutro”, “invisibile”, di come la sua energia “dia la vita” alla materia, che diventa magicamente viva. Una notte abbiamo fatto un gran fuoco in giardino, e mi sono reso conto che gli era congenitamente familiare, le mani che lo muovevano erano le mani di Pinocchio, il movimento era il suo, era lui ma non lo capivo più, mentre parlava swahili e tutti ridevano…

Al primo giorno ho esaurito due pietre miliari della psicologia del lavoro, anzi in una sola mattina. Tutti sono attenti. I disegni fatti son timidi e leggeri. Usano più la gomma della matita… 16 aprile Oggi è arrivato il primo colpo al cuore. Dopo due interi giorni di lavoro fatti di sguardi timidi, fugaci e a tratti diffidenti, uno di loro mi ronzava intorno con l’aria di chi deve chiedere qualcosa, mi sono voltato e gli ho chiesto “hai bisogno? Potete farmi tutte le domande che volete”. E lui mi ha chiesto “quando tornerai?”. 26 aprile … è tutto così magico, magico è il gesto di Komando (un boss del gruppo) che mi mette il suo berretto e mi dice “devi girare con questo”, magica è la voglia di contatto dei più piccoli che mi stringono per mano, anzi, si avvicinano e cominciano a baciarmi. Spesso capita che nel cercare di lasciare loro insegnamenti di vario genere ci si dimentichi del bisogno primo di ragazzini della loro età, il gesto di affetto. 28 aprile Ultimo giorno di Dagoretti. Ho pensato di salutarli con un piccolo gioco di prestigio per fare loro capire come le cose oggetto dei loro desideri (automobili, cellulari…) possano facilmente svanire, mentre tutto ciò che hanno appreso da questo progetto non potrà essere portato via loro da nessuno. Potranno decidere di regalare la loro esperienza a qualcuno oppure venderla attraverso un lavoro.

RASSEGNA STAMPA

Preferirei muovermi per raccontare l’Africa e l’incontro con i ragazzi. Questo popolo africano sempre in cammino, alberi sradicati che incedono eleganti, dritti e fieri, tutti d’un pezzo, sa che deve muoversi e che ha solo le gambe per spostarsi; forse non raggiungerà mai l’obiettivo, ma questo fa parte del caso africano: è più importante il viaggio, la strada, gli incontri, che il semplice arrivo. Anche l’esperienza che ho vissuto è come questo cammino, non ha forma logica, lineare, conosciuta, perché in Africa nulla è così, niente è come te lo aspetti. Il mio incontro con i ragazzi è stato così, un guardarsi negli occhi e non sapere bene che fare, né da una parte né dall’altra. Per fortuna il corpo percepisce in altri modi, attraverso la pancia, i sensi, l’istinto e il codice tra me e loro si è costruito adagio. Ho insegnato danze che pensavo non conoscere, e poi è accaduto il miracolo, i primi sorrisi, movimenti che nascevano rielaborati da loro, il divertimento dello stare dentro al gioco teatrale. E anch’io sono cambiata con loro e ho trasformato meccanismi consueti in ingranaggi nuovi. Sukuma in swahili significa spingere, spesso negli esercizi, per abituarli a non guardare in basso, gli dicevo “sukuma look”, spingere lo sguardo. Ora che lo sanno fare benissimo, insegnare ad altri gruppi come guardare davanti a sé non sarà più la stessa cosa e io conserverò nel mio cuore venti paia di occhi che spingeranno con me tutta la vita.

Pochissimo ho scritto di questo mio viaggio in Africa, ho scattato poche immagini. È come se il respiro grande del cielo africano, quell’orizzonte allargato, sfuggissero alla possibilità di essere catturati, fissati in una pagina scritta, o in una fotografia. O forse un viaggio lo si racconta quando è terminato e si ritorna a casa. Mi sento ancora nel mezzo della traversata, straniera io, in questo gruppo di ragazzi, con parole e strutture di pensiero che non servono qui con loro più di tanto e con la necessità di reinventarsi in un’urgenza di comunicazione. I miei sensi sono aperti, pronti a catturare ogni cosa, odori, suoni, gesti, espressioni. Dopo un po’ se si parla meno si vede e si sente di più. Tutto quello che nel lavoro viene proposto, viene assorbito, a volte gioiosamente trasformato, diventa alfabeto comune. In questo andare, la disponibilità al cambiamento è preziosa compagna di viaggio. E se Pinocchio narra di una trasformazione possibile, forse anche noi tutti, alla fine del viaggio, riusciremo a raccontare la nostra.

È vero, parlare di letteratura è cosa diversa che parlare della vita. Questi Pinocchi stanno cercando la strada per diventare più veri, per avere una vita normale: è in atto una trasformazione dal legno alla carne, dove carne sta per capacità di amarsi e rispettarsi come individui.

Sono arrivato a Nairobi di notte, con l’impressione di sentire scalpitare Pinocchio chiuso dentro la valigia, preda della stessa mia eccitazione. L’ho costruito io quel burattino, di cui sono geloso e possessivo, ma emozionato come Geppetto, che accompagna il suo figliolo a un incontro importante! questa sensazione si è materializzata quando mi sono trovato davanti al gruppo di ragazzi di Dagoretti e aprendo la valigia per mostrare il burattino, è stato come avere davanti tanti Pinocchietti, stessi occhi sgranati, sempre affamati di cibo, curiosi di tutto. Si sono guardati e la magra ed allampanata figura di Pinocchio è diventata un altro membro del gruppo. È passato di mano in mano, è stato toccato, soppesato, esplorato in ogni sua singola parte con amore e una delicatezza inaspettate. È stata questa delicatezza che mi ha fatto decidere di lasciare il burattino ai ragazzi. Mi sono vestito da Geppetto, ho mostrato loro la costruzione di Pinocchio, parlando delle tecniche di animazione, dello straniamento dell’animatore, del suo rendersi “neutro”, “invisibile”, di come la sua energia “dia la vita” alla materia, che diventa magicamente viva. Una notte abbiamo fatto un gran fuoco in giardino, e mi sono reso conto che gli era congenitamente familiare, le mani che lo muovevano erano le mani di Pinocchio, il movimento era il suo, era lui ma non lo capivo più, mentre parlava swahili e tutti ridevano…

Al primo giorno ho esaurito due pietre miliari della psicologia del lavoro, anzi in una sola mattina. Tutti sono attenti. I disegni fatti son timidi e leggeri. Usano più la gomma della matita… 16 aprile Oggi è arrivato il primo colpo al cuore. Dopo due interi giorni di lavoro fatti di sguardi timidi, fugaci e a tratti diffidenti, uno di loro mi ronzava intorno con l’aria di chi deve chiedere qualcosa, mi sono voltato e gli ho chiesto “hai bisogno? Potete farmi tutte le domande che volete”. E lui mi ha chiesto “quando tornerai?”. 26 aprile … è tutto così magico, magico è il gesto di Komando (un boss del gruppo) che mi mette il suo berretto e mi dice “devi girare con questo”, magica è la voglia di contatto dei più piccoli che mi stringono per mano, anzi, si avvicinano e cominciano a baciarmi. Spesso capita che nel cercare di lasciare loro insegnamenti di vario genere ci si dimentichi del bisogno primo di ragazzini della loro età, il gesto di affetto. 28 aprile Ultimo giorno di Dagoretti. Ho pensato di salutarli con un piccolo gioco di prestigio per fare loro capire come le cose oggetto dei loro desideri (automobili, cellulari…) possano facilmente svanire, mentre tutto ciò che hanno appreso da questo progetto non potrà essere portato via loro da nessuno. Potranno decidere di regalare la loro esperienza a qualcuno oppure venderla attraverso un lavoro.

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